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Fra i tanti modi in cui la guerra tocca le imprese, vi è anzitutto quello delle relazioni commerciali: come porsi con coraggio di fronte all'aut aut fra etica e profitto? Una riflessione oggi urgente per qualsiasi impresa.

Fare affari con coraggio: la scelta etica di chi non lavora più con la Russia

In “proscrizione” chi fa ancora affari con la Russia

Dal 28 febbraio 2022 il professore di leadership e management della Yale University Jeffrey Sonnerfeld, affiancato da un gruppo di esperti e studenti, alimenta quella che nel corso del tempo è diventata nota come la “lista di proscrizione” di chi fa ancora affari con la Russia. La lista è strutturata in cinque categorie, con al suo vertice le aziende che hanno del tutto rotto i rapporti con la Russia e  in fondo quelle che continuano “business as usual”.

La situazione nel mondo

A livello internazionale, sono 298 le aziende che hanno ottenuto il voto più alto (fra le più note: Accenture, Airbnb, Bp, eBay, Exxon, Heineken, Reebok, Vodafone), mentre in fondo alla lista ci sono 189 società che portano avanti i loro rapporti commerciali con la Russia (spiccano in Europa Auchan, Lacoste, Lactalis, Leroy Merlin, Metro, in Cina e India società come Alibaba e Tata Steel).

Le grandi aziende in Italia

Le aziende italiane in lista sono 26. A continuare appieno i rapporti con la Russia sono a oggi: Buzzi, Calzedonia, Cremonini, De Cecco, Geox, Menarini, Unichem e Unicredit. Ci sono poi aziende che stanno “guadagnando tempo”, come Barilla, Campari, Delonghi, Intesa Sanpaolo, Maire Tecnimont e Saipem. Altre quattro aziende stanno riducendo le loro attività in Russia (Enel, Ferrero, Iveco, Pirelli), cinque le stanno per terminare (Ferrari, Leonardo, Moncler, Prada e Zegna) mentre quattro ottengono il voto massimo avendo già deciso di rompere ogni legame. Sono: Eni, Ferragamo, Generali e Yoox.

Uno stimolo a prendere posizione per ogni impresa

La questione è complessa e non è certo questa la sede per proporre prospettive di sua semplificazione. Che la complessità vada anche in questo caso “abitata” ed esplorata è dimostrato dal dibattito legato al caso delle quasi cinquanta aziende italiane presenti alla fiera delle calzature di Mosca (26-30 aprile 2022), aziende  che parlano di una “questione di vita o di morte” – economica, s’intende – legata alla loro partecipazione. Una chiave di lettura dell’intera vicenda andrà valutata in una prospettiva di più lungo periodo.

Tornando a Jeffrey Sonnerfeld, che cita come sua ispirazione il ritiro di 200 aziende occidentali dal Sudafrica per protesta contro l’apartheid, la sua idea è che la lista dovrebbe aiutare le imprese a trovare il coraggio di prendere decisioni di business guidate anzitutto dall’etica, anche a costo di significative perdite economiche.

Questo spunto vale per imprese di ogni tipo e dimensione, e ci pare il risvolto più importante dell’intera questione, al di là delle classifiche e delle liste dei “buoni” e dei “cattivi”. È tempo, per ogni imprenditore e board manageriale, di prendere decisioni coraggiose, all’interno di uno scenario di guerra da cui siamo inevitabilmente interessati. Soprattutto a qualche giorno di distanza dal giorno di  celebrazione della nostra Liberazione, questa appare come una riflessione necessaria e urgente.