Parità-

Che cosa significa realmente parlare di "quote rosa" in azienda? La recente norma Europea "Women on Boards" offre l'occasione per analizzare i dati oggi disponibili sul reale impatto delle accresciute presenze femminili nei Cda delle imprese.

Impresa e parità di genere

Entrata in vigore con il recente accordo (marzo 2022) tra Commissione, Consiglio e Parlamento Europeo, la direttiva “Women on Boards” prevede che entro il 2027 le società quotate in borsa dovranno garantire a donne il 40% dei posti senza incarichi esecutivi oppure il 33% dei posti con incarichi esecutivi.

In Italia una simile norma era già stata varata con la Legge Golfo-Mosca del 2011, che ha imposto l’equilibrio di genere negli organi di amministrazione e controllo. E infatti l’Italia risulta tra i Paesi più virtuosi in termini di presenza femminile nei Cda: 36,6%, a fronte di una media europea del 30,7. Davanti all’Italia, sopra il 4%, solo Norvegia e Francia.

Un impatto limitato?

Senza inoltrarsi nel dibattito sulle differenze di genere in ambito lavorativo, che spesso tende a opporre in modo poco fertile parità e meritocrazia, ci si può qui limitare a notare come simili provvedimenti continuino a interessare i soli “board” organizzativi delle grandi imprese quotate. L’auspicio è che il lavoro sul vertice possa estendersi al resto delle organizzazioni e, per positiva imitazione, sensibilizzare le imprese più piccole, a oggi non soggette a obblighi di Legge. Al di là di queste considerazioni, per mostrare l’utilità di questi provvedimenti – e dunque favorire una diffusione dei loro principi – sembra utile provare ad analizzare le indagini oggi disponibili sui loro effetti all’interno delle imprese, con particolare attenzione all’Italia.

La situazione in Italia

Secondo lo studio del 2020 “Where Women Make a Difference: Gender Quotas and Firms – Performance in Three European Countries”, queste riforme non hanno generalmente prodotto effetti significativi sulla performance delle imprese in nessuno dei paesi europei, con l’eccezione proprio dell’Italia, dove l’aumento delle donne nei consigli di amministrazione ha determinato un aumento della produttività del 4-6%.

Un ulteriore dato interessante emerge dalla ricerca “Women on board and firm export attitudes: Evidence from Italy”: le imprese italiane che hanno segnato un aumento della rappresentanza femminile nei CdA mostrano uno stile di direzione più aperto verso i mercati internazionali e dunque una maggiore propensione all’export.

Questo “zoom” sulla situazione italiana mostra primi, timidi segnali di un cambiamento che va necessariamente sostenuto nel lungo periodo per comprendere sempre meglio come il cammino che conduce le imprese verso una maggiore parità di genere possa produrre concreti effetti benefici sulla governance e sui risultati.


Dario Villa