Distacco

Il nuovo trend estivo legato al mondo del lavoro è il "quiet quitting". A prima vista parente stretto delle "grandi dimissioni", manifesta in realtà una differente istanza critica rivolta all'attuale cultura del lavoro.

Un quieto distacco (sul fenomeno del “quiet quitting”)

Criticare la mossa dei politici italiani di sbarcare all’ultimo minuto su TikTok è fin troppo facile. Va loro riconosciuta almeno la capacità di aver compreso che anche i fenomeni lavorativi ed economici ormai passano attraverso i social network. A conferma di questa tendenza, l’ultima parte di estate del 2022 porta con sé il trend del “quiet quitting”: 8,2 milioni di visualizzazioni proprio su TikTok e una crescita di esposizione mediatica del 14.000% nelle ultime due settimane di agosto.


Mentre le imprese, ancora confuse dalla reale portata della “great resignation”, si domandano come gestire il tema rientro/non rientro in ufficio legato all’autunno e all’andamento della pandemia, ecco un nuovo fenomeno che pare interessare trasversalmente il mondo del lavoro, con un picco anagrafico ancora una volta incentrato sulla generazione dei Millennial.


Si sta diffondendo come “quiet quitting”, ma molti lo chiamano anche “coasting” (traducibile come “andare avanti per inerzia”), alcuni lo definiscono come il contrario dell’employee engagement, altri ancora, più prosaicamente, come la tendenza a svolgere lo stretto necessario del lavoro per cui si è pagati, volgendo altrove motivazioni ed energie residue.


Questa tendenza al distacco pare trovare conferma nelle più recenti indagini sulla soddisfazione lavorativa:

  • in Europa solo il 21% dei dipendenti si ritiene davvero coinvolto nelle proprie mansioni;
  • solo il 33% si considera in una condizione di crescita e benessere;
  • il 44% si sente stressato (record di sempre) e la maggioranza ritiene che la sua occupazione non abbia uno scopo o un significato profondo.
    [ Dati: Gallup, “State of the global workplace 2022” Report ]

 

Le “grandi dimissioni” e il “quiet quitting” nascono dalla medesima rimessa in discussione dei valori personali e lavorativi generata dalla pandemia e dal lavoro da remoto. Se la crescita delle dimissioni può apparire come una reazione improvvisa e violenta al periodo di crisi e instabilità in corso e dunque essere letta come trend temporaneo (secondo molti sarebbe già in fase di recessione), diverso pare il discorso sul calo di ingaggio lavorativo. In nome del suo “quieto” moto di ribellione – in qualche modo memore del “avrei preferenza di no” del Bartleby di Melville – il “quiet quitting” descrive un malessere profondo, che mette in discussione decenni di “cultura della performance” e per questo pare destinato a generare conseguenze di lungo periodo.

Le spaccature all’interno delle aziende – anagrafiche, gerarchiche e valoriali – sembrano destinate ad acuirsi nei prossimi mesi. L’autunno, per chi guida le imprese, dovrà essere una stagione votata soprattutto all’ascolto.